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Perché insegnare ad andare in bicicletta fa bene alla relazione mamma-bimbo

Con questo articolo vorrei mostrarti  il valore simbolico che ha questo gesto e quanto utile può essere per una mamma sperimentarsi parte attiva in questo insegnamento. Ma c’è di più: leggi fino in fondo e troverai una lettura alternativa all’articolo

Quando iniziare?

Come in tutte le fasi di crescita, quando il momento è quello giusto, le competenze nuove si raggiungono in fretta e senza fatica. Ma come capire se il fatidico momento è davvero arrivato? Come valutare se il bambino è pronto o meno ad affrontare nuove avventure?
Generalmente è lui che ve lo fa capire chiaramente. A 5/6 anni il bambino  si mette alla prova con nuove abilità: si avventura sullo scivolo al contrario, si arrampica sugli alberi, comincia a testare le proprie abilità motorie e desidera provare ad andare in bici senza le rotelle. Ve lo chiede esplicitamente.
Altre volte invece capita che un bambino un po’ più timido o dalla fisicità meno marcata sia più restio a sperimentarsi in questo modo e che l’eccesso di paure lo limiti nei suoi stessi desideri.

Nel primo caso è facile capire che il momento è arrivato. Resta solo da allineare i suoi desideri ai tuoi sentimenti. Potresti sentirti euforica e pronta nell’accogliere la motivazione del tuo bambino, ma potresti anche aver paura per lui. Paura che non riesca, che non sia ancora pronto, che si faccia male, o che desideri allontanarsi troppo e non averlo più sotto controllo.
Nel secondo caso, invece, il lavoro di osservazione è più sottile e profondo. Talvolta bisogna andare oltre le parole esplicitate dal bambino e riuscire ad indagare le sue competenze, al di là delle sue paure. Questo non significa sminuire o non tenerne conto, ma anche lavorare sulla sua autostima, che è il regalo migliore che potreste fargli in questo caso.

Dai, lo so che sei pronta! non avere paura: comincia subito!

Dai la spinta!

All’inizio il bambino ha bisogno di una spinta, non riesce ancora a partire da solo e questa è la parte fisicamente più faticosa. Bisogna corrergli dietro, sorreggerlo per la sella e incoraggiarlo a pedalare velocemente. Bisogna spingerlo in avanti, verso il mondo. Senza poterlo guardare in faccia, senza potergli sorridere, arrancando con il fiatone, piegate in due su di lui, ma felici di vederlo pedalare.
Come durante il parto. Le spinte del periodo espulsivo non hanno nulla di poetico. Sono puro sforzo, concentrazione, sono volte al mondo, a lasciare che il nostro bambino esca dolorosamente da noi, girato dall’altra parte, verso le braccia di chi lo accoglierà nel mondo. In questo sta la grande fatica ma anche la grandezza di una donna: accogliere la Vita, offrendola.

Non esitare a spingere!

Lascialo andare!

Questo è il vero momento magico, il momento in cui si concretizza l’enorme fiducia che dobbiamo ai nostri figli. Ed è forse il momento più difficile in assoluto: lasciare la mano dalla sella significa infatti lasciare che vada. Vederlo barcollare pericolosamente e, nonostante tutto, continuare ad incitarlo. Questo è il momento in cui dobbiamo impedire alle nostre paure di prendere il sopravvento e far sì  che non giungano al bambino. Se non molliamo quella mano non impareranno mai, e, vi assicuro, ve lo rinfacceranno per sempre!

La sottigliezza di questo attimo sta nella capacità di andare oltre alla classica frase: “Non mi mollare, mamma! Non lasciarmi!”. E invece, inesorabilmente, quella mano va mollata. La bicicletta va lasciata andare. E gli va mostrata fiducia, contro ogni sua parola, oltre alle sue fisiologiche paure, oltre ai nostri grandi timori.
Il paragone col parto è ancora valido. “Fatemi un cesareo che mi sento morire!”: questa è una frase che si dice sempre, e ostetriche più esperte sanno benissimo che quando una donna pronuncia queste parole, quello è il momento in cui il parto avverrà. Nessuno, in quel momento, quando sa che sta andando tutto bene, interverrà davvero con un cesareo. Ma tutti, sproneranno quella mamma, la sosterranno, a completare l’opera per la quale sono pronte. Il bambino nascerà e pedalerà da solo.

Forza, stacca la tua mano da quella sella!

Gioisci!

E’ il momento della gioia dopo la fatica, della soddisfazione di esserci riuscito, dell’orgoglio di aver raggiunto un grande traguardo! Nulla ripaga di più: la fatica del parto è compiuta. Ora resta la sconfinata ammirazione, il perdersi occhi negli occhi, la gioia del vincitore olimpico. Ed è una gioia duplice, sua e tua nello stesso tempo. Fa bene a te, che devi imparare a lasciare andare quella mano, sapendo che tuo figlio è in grado di farcela,  per quanto sembri traballante. E fa bene a lui, perché ogni evento, parola o fatto, che alimenta autostima è la più grande occasione che gli possa capitare di vivere.

Goditi questa gioia!

Incoraggialo a riprovare

Spesso, durante i primi tentativi, la pedalata veloce si conclude dopo pochi metri e talvolta in rovinose cadute. Niente di più utile, sia per te che per lui. Se ti fermassi, infatti, alla prima sbucciatura, se accogliessi solo le sue lacrime e le sue parole di sconfitta, non andreste mai avanti e la Vita resterebbe bloccata in un eccesso di protezionismo.
Chi ha praticato un qualsiasi sport sa bene che la prima cosa da imparare è proprio cadere, affrontare e fare i conti con la sconfitta e i propri limiti. Per imparare ad andare oltre di essi, oltre l’autocommiserazione e il lamento. Nella vita, infatti, è indispensabile andare avanti e rialzarsi, provare e riprovare; così come quando si cade da cavallo, dagli sci, dalla trave. Bisogna riprovare subito, a caldo, quando ancora la ferita (emotiva) fa male. Perché, in questo modo, si comprende la determinazione, la resistenza, la voglia di andare avanti. E ci si riesce! Sempre!
Questo è il lato educativo dell’insegnare ad andare in bici: trovare il giusto equilibrio tra accogliere e spronare, tra curare e ripartire, tra rassicurare e riprovare.

Incoraggialo a ripartire!

Insegnagli a fare da solo

Ce l’abbiamo quasi fatta: la spinta ha dato i suoi frutti, il bambino è nato, te lo puoi godere. Ma resta ancora un’altra piccola cosa per concludere: la nascita della placenta, ovvero imparare a partire da soli. Senza spintarelle, senza accompagnamento, senza aiuto. Staccandosi completamente dal corpo materno.
Questo avviene quando ormai la pedalata è consolidata, l’equilibrio stabilizzato, la traiettoria sicura. A quel punto si può osare di più: la mamma non serve più. Ma non ti spaventare! Non è che non ci sei più, o sei meno importante di prima. Anzi. Forse lo sei anche di più.
Tu, infatti, sei dentro di lui, nei suoi piedi, nelle sue gambine, che hanno introiettato i tuoi gli insegnamenti  e le tue incitazioni.  Ora può fare da solo e andare davvero lontano, senza voltarsi mai. E a te non resta che gioire di tale impresa, essere orgogliosa di te stessa, caricarti di fiducia nella Vita e imparare ad osservare da lontano, fintanto che la vista te lo permetterà. Serena di essere dentro di lui, dentro quei piedini veloci e quel cuore pieno di Vita che tu stessa hai contribuito a generare.

Lascia che faccia da solo e non preoccuparti: lui è sempre dentro di te!

Ora che hai letto tutto l’articolo spero ti sia venuta voglia di sperimentarti parte attiva e una guida sicura in questa avventura, ma , come promesso, ti invito a rileggere tutto l’articolo in un’ottica diversa. Prova a sostituire e parole “andare in bicicletta senza pedali” con la frase “smettere di allattare” o “accompagnare alla conclusione dell’allattamento”… interessante vero?!

Se ti interessa approfondire l’argomento e scoprire insieme altre chiavi di lettura nella tua relazione con il tuo bambino, possiamo parlarne insieme durante una consulenza pedagogica. Troverai altre cose interessanti cui non avevi pensato prima.

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